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Ma il Professore vive in un mondo che non c’è più

di Massimo Introvigne (il Giornale, 22 settembre 2006)

Prodi torna da New York con un bilancio fallimentare, inseguito dagli sberleffi della stampa di tutto il mondo, che si chiede come un uomo simile possa guidare una delle grandi democrazie europee. Il Professore irride il Papa affidandolo alle Guardie Svizzere, sdogana Ahmadinejad mentre il resto dell’Occidente lo tratta come un appestato, dispensa sorrisi ad Hamas e alla Siria: il tutto nella settimana in cui i fondamentalisti islamici minacciano la vita di Benedetto XVI, distruggono chiese e ammazzano suore. Sbaglia chi parla di semplici gaffe di un premier innervosito dalla vicenda Telecom. Purtroppo per gli italiani, a New York è emerso il vero Prodi: un uomo che vive in un mondo che non c’è più, il mondo della Democrazia cristiana di trent’anni fa che si comprava l’immunità dell’Italia dagli attentati lisciando il pelo ai dittatori arabi e criticando l’America, e ne approfittava per sostituire l’Iri agli «ingenui» yankee dovunque ci fossero da fare buoni affari con le dittature medio-orientali di turno. Per nostalgia di quello stesso mondo, Andreotti ha affossato in Senato con il suo voto decisivo una risoluzione di solidarietà al Papa proposta dalla Casa delle Libertà.

Il mondo di Andreotti e dell’Iri prodiana - in cui sembra talora vivere ancora lo stesso Chirac - è morto l’11 settembre 2001, e ha avuto i suoi funerali quando Ahmadinejad, mettendo all’ordine del giorno del fondamentalismo islamico l’Olocausto nucleare di Israele, ha dichiarato ufficialmente aperta la seconda fase della rivoluzione khomeinista. Da allora, è in corso - piaccia o no - uno «scontro di civiltà», certo non fra tutto l’islam e l’Occidente (dal momento che esiste una minoranza di musulmani filo-occidentale e moderata) ma fra il fondamentalismo islamico e il mondo libero. Prodi non può capire il Papa perché vive in un passato che non vuole passare. A New York ha detto testualmente: «Mi rifiuto di pensare che esista uno scontro di civiltà». Il 9 gennaio 2006, nell’annuale discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditati presso la Santa Sede, Benedetto XVI aveva affermato esattamente il contrario: nell’aggressione terroristica all’Occidente «non a torto si è ravvisato il pericolo di uno scontro delle civiltà».

Prodi è in grado di capire Gheddafi, il dittatore tunisino Ben Ali e anche Abu Mazen, al cui proposito D’Alema ha ingiunto di smettere di dire la verità, cioè che non conta più nulla, perché sono le ultime raffiche del vecchio mondo dei rais, dittatori nazionalisti e laici lesti di mano nel rapinare le casse degli Stati e nel far sparire gli oppositori. Capiva bene anche Saddam Hussein e Arafat. Gli mancano completamente le categorie per capire Bin Laden, Ahmadinejad o chi attualmente controlla Hamas, cioè la leadership leale all’Iran che vive a Damasco o a Teheran. Costoro infatti non ragionano in termini di affari o di nazionalismo, ma deducono la politica da una religiosità apocalittica. Benedetto XVI va spiegando con pazienza all’Occidente che i nodi da sciogliere sono teologici, non economici o politici. È una lezione che avevano bene inteso Bush, Blair e Berlusconi, politici più «giovani» di Prodi non per questioni anagrafiche ma perché trent’anni fa non facevano né politica né sottogoverno. La intendono leader di nuova generazione, come Sarkozy o Angela Merkel. Che Prodi viva in un mondo che non c’è più non è un suo problema personale, ma un rischio per la credibilità e la sicurezza dell’Italia. Nella sua stessa coalizione, qualcuno comincia a preoccuparsi.