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Buddismo in pillole per l'Occidente

di Massimo Introvigne (Giornale del Popolo. Quotidiano della Svizzera Italiana, 6 agosto 2005)

Il Dalai Lama in Svizzera

La visita del Dalai Lama in Svizzera ha avuto in questi giorni grande risalto nell’opinione pubblica elvetica e notevole seguito. Qual è la ragione di questo grande interesse per una figura presentata spesso sbrigativamente come il capo spirituale di una religione che propone la pace universale? Bisogna cominciare col dire che questo clichè semplifica con una formula unica un mondo che è estremamente complesso e articolato. Tra gli specialisti c’è addirittura chi dubita che esista il buddismo come realtà unitaria ma che i tre sistemi principali ( hinayana, mahayana e vairajana), siano talmente diversi tra loro da costituire tre religioni diverse. Uno degli effetti che ha presentato il Buddismo come una realtà unitaria è far considerare all’opinione pubblica il Dalai Lama come se fosse il Papa dei buddisti. Così non è. Infatti, per un buddista dello Sri Lanka o del Giappone, il Dalai Lama è un interessante personaggio ma che non ha autorità alcuna. Il Dalai Lama è il capo di una delle circa trenta “ Chos lugs” (sistemi) del buddismo tibetano: il Geluk. Tutti conoscono il Dalai Lama per il semplice fatto che nel XVII secolo il quinto Dalai Lama ( con l’aiuto del potere politico mongolo) è diventato anche il capo politico di uno Stato, che si chiamava Tibet, e che negli anni ’50 fu occupato dai cinesi. Anche in Tibet, la sua autorità spirituale non è riconosciuta da tutti; anzi è vivamente contestata da alcuni degli altri sistemi che lo considerano una specie di modernista che predica un Buddismo adattato agli occidentali.

Premesso che il Dalai Lama è una personalità che merita la solidarietà di chiunque poiché rappresenta uno Stato sovrano ( pure, a suo tempo, di tipo teocratico e non democratico) la cui indipendenza riconosciuta dalle Nazioni Unite e la cui libertà religiosa sono state conculcate da un’invasione cinese mai riconosciuta dalla comunità internazionale, in quanto figura religiosa la sua personalità va inquadrata e valutata all’interno della religione buddista. Il Buddismo si divide in tre grandi scuole: 1. quella hinayana ( del piccolo veicolo) che è il Buddismo originario proveniente dall’India e che sopravvive nello Sri Lanka ( più filosofico che religioso, dove la religiosità popolare non è molto importante e non si esclude l’esistenza di dei, ma questi dei non hanno nessun ruolo nella vita dei fedeli, tanto che qualcuno parla, ma l’espressione andrebbe precisata di “ ateismo”). 2. il cosiddetto buddismo Mahayana ( o del grande veicolo), che poggia su insegnamenti che sarebbero stati scoperti segretamente dopo essere stati tramandati per via esoterica. Questo è il buddismo ( tra l’altro) del Giappone, distinto poi in un gran numero di scuole diffuse nel mondo ( ad esempio lo Zen). 3. la scuola Vairayana ( la via del diamante, quella di cui stiamo parlando) è il buddismo che arriva in Tibet dall’India e lì si fonde con elementi pre-buddisti precedenti di tipo sciamanico e li incorpora. Questo buddismo fu considerato a lungo una degenerazione di quello vero (e più antico): vale a dire un miscuglio di superstizioni popolari, magia e astrologia e altro ancora. Oggi si verifica il fenomeno contrario: si pensa che siano gli altri buddismi ( giapponese e indiano) ad essersi adulterati e modificati e che la  tradizione autentica sia quella del Tibet e della Mongolia.

Anzi, siccome in Tibet ci sono i cinesi comunisti e in Mongolia - dopo la caduta del comunismo in Russia esiste un governo democratico e c’è libertà di religione - si può dire che oggi forse il buddismo di quel tipo viva nel modo più aperto proprio in Mongolia e non in Tibet. Il Buddismo del Tibet e della Mongolia ha incontrato quel complesso fenomeno che peraltro investe tra il VI e il VII secolo anche l’Induismo e il giainismo, che è il movimento Tantrista ( che vorrebbe consentire di conseguire l’illuminazione rapidamente in una sola vita, attraverso il supporto di elementi materiali senza aspettare secoli o migliaia di vite diverse, come accade in genere nelle religioni orientali). Il Tantrismo ( che non è semplicemente un bieco culto del sesso, come alcuni credono) attribuisce grande importanza ai sensi: alla vista ( la contemplazione dei Mandala - simboli di tipo geometrico); alle posizioni del corpo, e anche all’uso (come in certe tradizioni esoteriche occidentali) della sessualità iniziatica per conseguire l’illuminazione.

Caratteristica del Buddismo  tibetano è quella di essere pieno di divinità: sia positive, sia terribili, che vanno propiziate con appositi rituali.

Come si potrebbe contraddistinguere questo tipo di approccio influenzato dallo sciamanismo in ordine alla caricatura di cui si parlava all’inizio, cioè di Buddismo come “ eden della pace”? Guerra e  Pace non fanno parte del nucleo centrale del discorso Vairayana, contraddistinto  semmaisoprattutto dalla sua commistione con elementi di tipo sciamanico e magico.

Cosa seduce allora gli occidentali, affascinati dal Buddismo? Bisogna distinguere. Vi è un piccolissimo gruppo di occidentali, valutabile in qualche migliaio di persone, un’élite che si interessa di Tantrismo e che è arrivata al Buddismo da interessi di tipo esoterico e che quindi nel Buddismo Tibetano-Mongolo è affascinata dal Tantrismo e sa di cosa si tratta. Poi vi è una massa di milioni di persone che nulla sa di questo aspetto peculiare, esoterico della tradizione di cui il Dalai Lama è il “capo”, ma è affascinato dalla versione in pillole del Buddismo come religione del buonismo, della pace e dell’amore universale che lui presenta agli occidentali in lingua inglese. Mentre ai suoi fa un discorso in tibetano di ben altro contenuto.  Quando parla in Italia o in Svizzera, il Dalai Lama dice ciò che piace al grande pubblico occidentale, cioè “non uccidere nessun essere vivente”, “voler bene agli animali”, “essere critici nei confronti delle armi moderne”, “ ssere critici nei confronti della guerra”. Certo, nel Buddismo in genere e in quello tibetano - mongolo, c’è un rispetto per la vita di tutte le creature: ma ciò è del resto anche conseguenza della credenza nella reincarnazione.

Rispetto per la vita e pacifismo patiscono tuttavia delle eccezioni: per il bene supremo della causa buddista, esponenti delle varie scuole si sono sbudellati tra loro. Il bene supremo della comunità buddista permette infatti di combattere e di uccidere. Se si legge la storia del Tibet, il V Dalai Lama andò al potere con le armi mongole e cinesi eliminando fisicamente un certo numero di avversari. Anche in Mongolia nel 1600 - 1700 ci sono stati monasteri passati da una scuola all’altra con relativa decapitazione di tutti i monaci. In Giappone vi sono delle tradizioni di Buddismo guerriero che hanno sostenuto il militarismo giapponese mentre ve ne sono altre pacifiste che sono finite in galera proprio all’epoca del militarismo. Non dimentichiamo inoltre che nei testi sacri di alcune scuole tibetane, la venuta del Buddha Maitreya (alla fine dei tempi), coinciderà con un bagno di sangue dei non credenti e dei non buddisti. Non tutte le apocalissi tibetane sono infatti così “pacifiche”.